LA PAROLA AL CASTAGNO Giuliana 27 Novembre 2023

LA PAROLA AL CASTAGNO

LA PAROLA AL CASTAGNO

Da un congresso alla Natura (e da qui al congresso)

Un pomeriggio di novembre, sereno, assolato, silenzioso.

La mia “missione”: preparare un intervento al congresso nazionale del registro nazionale di floriterapia sull’essenza del castagno, Sweet Chestnut.

“Sono giorni che tento di preparare le slides, con scarsi risultati.” ammetto a me stessa.

Mi imbarazza sempre un po’ parlare ad una platea di professionisti (inclusi alcuni miei docenti), mi interrogo sempre su quali informazioni aggiuntive io possa fornire loro.

Decido di andare a fotografare i castagni di Santa Maria Foris Portas, a Castelseprio.

“Almeno avrò delle belle foto esclusive!” mi dico.

Mentre risalgo il piccolo viale deserto che porta alla chiesa, inizio a guardarmi intorno.

IL CASTAGNO PARLA PER ME

A terra vi sono infinità di ricci, ormai privi dei loro frutti, di certo raccolti dai passanti. Sono lì, pungenti, aperti (qualcuno nella loro espressione mi ricorda l’urlo di Munch), indistruttibili. Non paiono avere alcun interesse a decomporsi e a reimmettersi nel ciclo della natura. Le poche castagne a terra sono belle, di un marrone lucente.

Mi addentro verso i castagni e mi fermo di fronte ad uno di essi: mi avvicino, con rispetto, e pongo le mie mani sul tronco.

La corteccia è aspra, con solchi ben definiti, tra i quali posso conficcare le dita.

Ogni fessura rappresenta le ferite profonde che la persona in stato Sweet Chestnut porta con sé, i dolori vissuti che hanno inciso profondamente l’anima.

Realizzo di aver osservato i fiori bianchi del castagno solo sui libri di floriterapia: non sono di certo l’elemento che più cattura lo sguardo, quasi a significare l’incapacità di attirare a sé la vita in questa condizione emotiva.

I ricci ora sono a terra; quando erano sull’albero, verdi, custodivano le castagne quasi gelosi, impedendo loro di respirare (o forse proteggendole, chissà).

Di certo però la castagna, per poter essere di nutrimento per l’uomo, compie un grande atto di fiducia nella vita: dall’albero si stacca grazie al riccio, vola nel vuoto e poi cade a terra e, con un grande sforzo, costringe il riccio ad aprirsi per poter emergere.

Il messaggio di Sweet Chestnut

Il senso dell’essenza di Sweet Chestnut, indicata per quei momenti di fatica di vivere o depressione, mi è sembrata lampante in quel momento.

Il Dottor Bach la chiamava “la notte buia dell’anima”: per poter dare frutto per sé (e per l’umanità) è qualche volta necessario passare attraverso le spine del “riccio”, il volo senza certezze, la caduta e la fatica di emergere dal “guscio”.

Ecco il compito di questo fiore di Bach: lenire come un balsamo le ferite, smussare le spine, accompagnare il viaggio verso la fioritura del progetto di vita di ciascuno.

Io l’ho utilizzato durante un periodo di grande buio esistenziale, in accompagnamento alla psicoterapia, e ne ho tratto beneficio.

Se hai esperienze professionali o personali a riguardo, mi farebbe piacere confrontarmi con te!

La passeggiata a Santa Maria Foris Portas mi ha insegnato che osservando col cuore (e con la mente) la pianta del castagno, la comprensione di quanto detto da Bach su questa essenza è immediata, anche in assenza di parole.

Bach diceva:

“Per quei momenti che accadono a certe persone per cui l’angoscia è così grande da sembrare insopportabile.

Quando la mente o il corpo sembrano aver raggiunto il limite della sopportazione e che sia giunto il momento di cedere il passo.

Quando sembra non rimanere altro che distruzione e annientamento da affrontare”

Ma poi, dopo le spine ed il buio, giunge la luce e con essa splendidi frutti!

Il Congresso (a questo link il programma) è stato formativo e stimolante al tempo stesso! Mi stupisce sempre la svolta che non mi aspetto e che spesso si trova proprio nei fiori che ho vicino a me… Con un messaggio talmente diretto da lasciarmi basita. Casualità?!

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